La metamorfosi del lavoratore e le risposte del welfare aziendale
La nona edizione del Rapporto Censis-Eudaimon “A ognuno il suo welfare aziendale: la sfida praticabile”, dà evidenza delle trasformazioni intervenute negli anni nel rapporto dei lavoratori con il welfare aziendale.
Dalla relazione emerge con chiarezza come il lavoro non sia più il centro della vita delle persone, ma uno strumento per poter raggiungere un certo grado di benessere individuale. Oltre alla retribuzione, che rimane comunque un aspetto fondamentale, il lavoratore è attento ad altri fattori, tra cui trovare una motivazione nel proprio lavoro e raggiungere un maggior benessere individuale. Al riguardo, il 51,1% degli occupati dipendenti dichiara che preferirebbe lavorare in un’azienda di cui condivide i valori, anche se in altre aziende verrebbe pagato di più, e l’88,2% ritiene che avere del tempo a disposizione per curarsi del proprio benessere dovrebbe essere un diritto riconosciuto. Ben l’87,4% dei dipendenti, infatti, considera il wellbeing aziendale (ossia il benessere fisico, emotivo e relazionale) fondamentale.
Il welfare aziendale oggi si configura come un insieme di strumenti a disposizione dell’azienda per offrire benessere ai propri lavoratori. Il 71,6% dichiara che se dovesse cambiare lavoro opterebbe per un’azienda con un buon welfare aziendale.
Tra i servizi ritenuti più utili dai lavoratori ci sono i buoni pasto (59,5%), i buoni acquisto (26,1%), i bonus legati all’acquisto di abbonamenti o voucher per attività sportive, culturali e ricreative (16,4%), i contributi o rimborsi per il trasporto pubblico (14,8%), l’assistenza sanitaria con polizze assicurative (57,7%), i check up medici (36%), il supporto per i familiari anziani con forme di assistenza domiciliare e infermieristica (16,4%) e le consulenze psicologiche (16%).
La distanza emotiva e professionale
Emerge, tra i lavoratori, la tendenza al downshifting, ossia a rallentare e a ridurre il carico di lavoro in favore di un maggior benessere mentale e fisico. A tal riguardo, alcuni numeri confermano questa tendenza: il 55,1% dei dipendenti ritiene che fare carriera non sia una priorità di vita, il 65% smarrisce il senso di ciò che fa e il 71,3% si dichiara convinto che esistono già le condizioni per ridurre il tempo di lavoro, ad esempio con la settimana lavorativa a quattro giorni.
Il lavoratore vive una sensazione di distanza dal proprio lavoro anche a causa delle retribuzioni spesso non gratificanti: il 57,7% degli occupati ritiene, infatti, che il proprio stipendio non sia adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro che svolge e il 55,4% afferma che la propria retribuzione non gli consente di risparmiare soldi.
Nuovi malesseri e pratiche per difendersi
In molti casi i lavoratori provano o hanno provato forme di disagio e malessere a lavoro. Il 54% dichiara di soffrire di ergofobia, ossia paura al pensiero di recarsi al lavoro o di essere valutato, il 68,3% prova stanchezza psichica, fisica ed emotiva al lavoro e il 21,7% (38,1% tra i giovani 18-34 anni) soffre o ha sofferto della sindrome dell’impostore, una condizione per la quale si dubita delle proprie competenze e si fa fatica ad accogliere i successi.
Per far fronte a questi disagi, molti lavoratori (il 43,9%) decidono di non rispondere a mail, telefonate, messaggi fuori dall'orario di lavoro, ricorrendo al proprio diritto alla disconnessione.
La risposta delle Imprese: Welfare e flessibilità
Anche le aziende sono soddisfatte del welfare aziendale, tendenzialmente ritenuto uno strumento capace di generare ricadute positive sul clima aziendale e di incrementare il potere attrattivo dell’azienda.
Il 92% delle imprese coinvolte nell’indagine è attivo in forme di welfare aziendale.
I servizi maggiormente diffusi tra le aziende riguardano formule di integrazione al reddito (buoni pasto, buoni carburante, buoni acquisto), polizze sanitarie, accesso a visite mediche specialistiche, check up medici annuali, previdenza complementare, supporto all’istruzione e alla formazione, assistenza per anziani o non autosufficienti, servizi per il benessere psicologico e per la salute mentale, servizi culturali (sconti per il teatro, cinema, concerti), fitness, consulenze specialistiche legali e fiscali.
Per quanto riguarda la gestione del tempo dei lavoratori, il 79,3% delle imprese fa ricorso allo smart working, che viene visto come un’opportunità e non come un costo. La flessibilità oraria, con la gestione flessibile di ingresso e uscita, è scelta dal 76,7%.

Tra le motivazioni che spingono sempre più aziende a scegliere il welfare aziendale ci sono la volontà di aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori contenendo il costo del lavoro, la voglia di potenziare la capacità dell’azienda di attrarre e trattenere lavoratori, il desiderio di migliorare la social reputation, l’intenzione di creare un buon clima e il consolidamento del senso di appartenenza e di comunità.
In sintesi, si può affermare che il valore del welfare aziendale è ormai generalmente apprezzato dalle aziende, che riconoscono la sua capacità di accrescere il benessere dei propri dipendenti e di attrarre e trattenere i lavoratori. La sfida, però, è riuscire a passare da un welfare di massa a un welfare personalizzato, costruito sul singolo lavoratore e sulle sue specifiche esigenze.