Welfare in scena - Il riposizionamento del Welfare State

Il welfare in scena a cura di Peppe Rocco | Welfare aziendale

15 Settembre 2021

Se c’è una cosa per cui il giorno del Giudizio Universale dovranno condannarti è che hai avuto l’amore in casa e non hai saputo riconoscerlo”

Diatriba d’amore contro un uomo seduto, Gabriel Garcia Marquez

 

Anche alla luce degli effetti economici di Covid 19 diviene sempre più importante valorizzare gli strumenti che il nostro ordinamento mette a disposizione di imprese e parti sociali per “concertare” una ottimizzazione della gestione aziendale. 

In questa prospettiva si pone il welfare aziendale cui il legislatore riconosce un regime di favore fiscale e contributivo. Viene infatti individuato come una via di welfare sussidiario che compensa il ritrarsi dello Stato sociale e, soprattutto nel caso in cui il piano di welfare aziendale derivi da un accordo tra datore di lavoro e rappresentanze sindacali o comunque quando è calato sulla singola realtà imprenditoriale, come leva per incrementare la produttività del lavoro, vero “tallone di Achille” del nostro sistema economico. 

Così come sottolinea l’Istat nel  Rapporto annuale sulla competitività nel periodo 1995-2018, pubblicato per dir così ante Covid 19, la crescita media annua della produttività del lavoro in Italia è stata decisamente inferiore a quella dell’Ue28 (1,6%), dell’Ue15 (1,3%) e dell’area Euro (1,3%).

Nel periodo 2014-2018, la produttività del lavoro presenta dinamiche molto differenziate. In Italia è aumentata in misura modesta (+0,3% medio annuo), con un ampliamento del divario rispetto all’Ue28 (+1,4%) e all’area Euro (+1,0%). Il ritmo di crescita risulta contenuto anche se confrontato con quello registrato in Francia (+1,3%), Germania (+1,1%), Spagna e Regno Unito (rispettivamente +0,7%). 

Tra gli altri atout del welfare aziendale va citato proprio il miglioramento del clima aziendale, un livello più elevato di coinvolgimento da parte dei dipendenti stipulando quello che un importante sociologo del lavoro, Edgar Schein, definiva come “contratto psicologico”.

Vanno ancora evidenziati il rafforzamento del brand reputazionale dell’azienda, un incremento del potere di acquisito da parte dei lavoratori e la possibilità loro attribuita di accedere ad un elevato livello di beni e servizi.  

 

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